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- Mi infastidisce la sola vista.
Lo strato molliccio e spugnoso che li ricopre è in continua decomposizione. Puzzano. Producono escrementi e scarti metabolici ininterrottamente. E perdio, quella roba gli esce da tutte le parti ma mica li disgusta?! No, ci godono addirittura.
Sono tristemente deformi anche se hanno l’abitudine di misurarsi in bellezza. Anzi, proprio per questo sono ossessionati dalla deformità altrui, che confondono col dissimile.
Non sono equivoci questi, no, sono inganni fatti in malafede che mandano ad effetto concordie e discordie senza alcun disegno ragionato, difatti mettono le cose insieme o contro per puro capriccio.
Strutturalmente invalidi, possiedono poca resistenza e forza irrisoria, perciò sono lenti nello spazio e nel tempo: ecco perché si evolvono a fatica.
L’unica fine che meritano è non farli nascere.
Dottore, arrendiamoci!
- Vedo che la situazione precipita. Ha avuto qualche crisi?
- No, almeno non in senso stretto. Però si è assottigliata la soglia di tolleranza. Adesso sopporto la compresenza di ancora meno persone.
- Ultimamente non ha provato empatia con qualcuno?
- Se è successo deve essere stato tremendo, perché provo più avversione per le persone conosciute che per gli sconosciuti.
- Almeno è stato con una femmina?
- Me lo richiede? Significa che non crede alla mia prima risposta: no, mai stato con una donna.
- Che ostinazione! In fondo, meglio morire avendo conosciuto una donna, non crede?
- Ho avuto un cavallo, dottore. Era un vero piacere montarlo. Una bestia del genere sa esprimere al massimo il proprio patrimonio biologico, che si sovrappone perfettamente alla sua missione. L’ho allevato ch’era puledro. Nutrito con perizia. L’ho vaccinato regolarmente perché la sua malattia non fosse la mia.
La mattina mi ci sedevo di fronte, chiacchieravamo a lungo e gli lanciavo chicchi d’avena per consolarlo della sua condizione di segregazione. Al pomeriggio lo sfrenavo sui sentieri più impervi. Sceglievo apposta gli itinerari più impegnativi per farlo eccedere. I fremiti nelle briglie, il sudore sulla groppa, il battito dello zoccolo sul terreno, tutto mi eccitava. Lo spronavo per rubargli l’animalità. Mi sentivo il suo sangue colloso pomparmi dentro, ero davvero vivo! E qual era il premio per lui? La cavezza. Le mie cure erano una condizione oltre la quale non ce n’era altra, eppure poteva confidare completamente in me.
Molte volte ho pensato di lasciarlo libero. Lasciarlo andare per conto suo.
Ma poi mi sarebbe toccato vivere soltanto come uomo…
- Che c’entra questo con le donne?
- Dottore, tu aggiusti gli esseri umani per quello che sono, e non per quello che vogliono essere.
- E tu vorresti essere un cavallo?
- Tu aggiustami come se io fossi un cavallo, e forse sarò un uomo migliore.
- Ah sì, e come?
- Trovandomi una donna che mi lanci i chicchi d’avena e mi tenga alla cavezza.

Pallade e centauro di Sando Botticelli - Galleria degli Uffizi - Firenze
- In alternativa, dottore, puoi anche darmi qualcosa che mi faccia sentire meno umano…
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