SANTA AGATA

«Ammuri, ammuri, ammuri. Ma chi fringuellaggine!

Chi me lo doveva dire a me chi propiu l’ammuri m’avrebbe rovinata!

A mmia, che dovevo soffocarmi dell’adorazione du signore, e tutti gli altri soffocare insieme a me.

Pietà Signore mio se per Superbia invocai lo nome tuo senza la S dell’infinità Superiorità, quindi maiuscola, enormemente maiuscola, tamquam semper minuscola est mea vita in certamen et peccamen, ammen ammen!

Era il 250 dopo la venuta di Cristo, tenevo all’epoca una bella scuola in franchising di catechismo. L’attività pareva buona, molto da faticare a Catania non ci stava e mi accattai la licenza per insegnare come si ama Dio.

Da mane a sera rimpinzavo di dottrine i pargoletti, quelli di schiatta e quelli di sciatta famiglia. Anche quando sembravan satolli, semper io trovava un anfratto dove infilarci un altro precetto.

I modi aggraziati e l’avvenenza della mia giovinetta età, oltre a favorirmi nell’indottrinamento dei neofiti, mi procurarono le ammirazioni di un tremebondo capro. Purtroppo era costui persona ineludibile. Era chistu persona che i cristiani vuliva scannari e predare di ogni ricchezza. Era chistu puru assai infoiato, colpa delle divinità pagane che si adorano cu lu sangu e lu vinu. Era chistu il proconsole Quinziano.

Santa Esmeralda chi canta e chi abballa, chi fari?

Al pruriginoso pagano piaceva schifarci e derubarci per poterci poi battere ancora con la più svilente tracotanza. Carpì alla mia famiglia le terre, le vacche e la scuola di Dio, eppur la sua fregola ancor non si placava, imperocché bramava la giovane carne di una 15enne. A turbarlo erano la chioma bionda e le lattee grazie della Buona – questo è il significato del mio nome in greco -, così scappai.

La Sicilia è nu sgabuzzino che galleggia, chinu di sorprese ma troppu picciriddu, e così le milizie subito mi abbrancarono per condurmi al Palazzo Pretorio dove Quinziano viveva, baccagliava e malamente governava.

Fui qui inserrata e affidata ad Afrodisia, una escort cui sinanco nu porcu avrebbe ripudiato parentela, che s’affannava nel convertirmi alla dissoluzione fisica e morale con la stessa vocazione con cui io convertivo i peccatori al cristianesimo.

La maîtresse e le sue nove figlie si davano il turno per pervertirmi e non mi riusciva di avere requie. Le prebende elargite dal popolo ingrassavano quei corpi di promiscui approdi e ne tempravano le forze, eppure non riuscivano ad avere ragione della mia probità. Pure perché io mi credeva che alcune perversioni fossero del tutto fantasiose e che col corpo – prima che con l’animo -, non si riuscisse ad attuare siffatti attorcigliamenti.

Quando per eccesso di libidine Afrodisia svenne, la catechesi ebbe un’eccezionale pausa. Nel silenzio mi riuscì di udire la voce di Quinziano che tuonava tra gli antri del Palazzo: voleva la Bona alla festa di un tale Dionisio e s’era seccato di aspettare. Meditai e, quando rinvenne dallo sturbo, dissi ad Afrodisia che ero favorevole ad andare a questa festa perché il carcere era monotono, un po’ di svago mi avrebbe giovato, l’escort mi raccontò allora che queste feste prevedevano sì balli e canti, ma anche orgie a cui sarei stata certamente iniziata.

Santa Esmeralda chi rimase in mutanda, chi fari?

Nunnu sacciu se stu Dionisio sapi chi gente si mette int’a casa, a stu puntu preferivo rimanere nel Palazzo a sentire li cunti di ommini e fimmini chi ragliano. Dopo quella conversazione Afrodisia diede le dimissioni e io fui chiamata a giudizio.

Quannu mi processarono, mi intimarono di sconfessare il Cristianesimo a favore di Dionisio e degli amici suoi.

Cettu ca so tutti allupati i figli della lupa!

Ribadii che a Dionisio nun lo canoscivi e chiesi, a mia volta, se le tasse versate dalla plebe servissero a propiziare i giochi erotici del Proconsole e del suo entourage.

Chiesi in quale Paese Moderno un uomo di Governo potesse intrattenersi con una sua suddita facendo valere la sua autorità.

Chiesi in quale (sedicente) culla della civiltà un uomo politico potesse pretendere il corpo di una minorenne e dichiarare pubblicamente di voler con colei giacere.

Chiesi dove uomini delle istituzioni usassero maîtresse per ingaggiare escort e allenarne di nuove.

Conclusi che chisti erano cunti da Antico Testamento! Dopo più di II secoli dalla venuta di Cristo mi pareva che pure l’Impero più ottuso avesse da provare scornu.

Per questi pensieri, e per il diniego di concedermi spontaneamente, il mio corpo fu sfriggiatu con stiramenti di membra, scurticatu con pettini e misu ai ferri ardenti. Nente mi smosse perché int’a grazia di Dio non si sente tormento terreno. E con la istessa impassibilità lu miseru Quinziano fece amputare i minne della Bona con una tenaglia.

Chistu è lu mio martiriu, mentre oggi sempre più gonfi sono i seni di quelle che ad Afrodisia e al Proconsole volontariamente si danno.

Si scansi l’homo probo dal chiamare Bona siffatta fimmina.

But I’m just a soul whose intentions are good
Oh Lord, please don’t let me be misunderstood».

(la Santa ha utilizzato deliberatamente espressioni moderne nel tentativo di trasmettere per affinità i suoi argomenti alle moderne generazioni, ndt)

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4 Risposte a “SANTA AGATA”

  1. stefano Dice:

    bellissimo !

  2. tonino Dice:

    un capolavoro

  3. patrizia Dice:

    davvero un capolavoro. L’idea è strepitosa, e i linguaggi pure. Altro che sorriso, ho pancia in mano e anche una rosichio di invidia. Complimenti

  4. promoter Dice:

    Grazie a tutti. She bless us!

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